Ti è mai capitato di pensare che, forse, i social stiano entrando troppo presto nella vita
dei ragazzi?
Il dibattito sullo stop ai social per gli
under 16 è tornato al centro della scena politica e culturale. Non è solo una
discussione educativa, ma una questione normativa concreta. Alcuni Paesi hanno già
deciso di intervenire e altri stanno valutando come farlo. La domanda resta la stessa: vietare è davvero la soluzione?
Le ragioni che sostengono il possibile divieto dei social per i minori sono chiare. Secondo
diverse ricerche internazionali, gli adolescenti trascorrono in media tra le due e le quattro ore al
giorno sui social media, con una percentuale non trascurabile che supera le cinque ore
quotidiane. L’intensità dell’esposizione è uno dei fattori più
frequentemente correlati a sintomi di ansia e depressione connesse con il tema della salute mentale degli adolescenti, sempre
più spesso collegata a dinamiche di confronto costante, esposizione pubblica e
dipendenza digitale.
Numerose ricerche evidenziano una correlazione tra uso intensivo dei social media e
peggioramento dell’autostima, in particolare tra le ragazze adolescenti.
C’è il problema del
cyberbullismo, amplificato dalla velocità e
dall’anonimato delle piattaforme.
Le indagini europee mostrano che tra il 15% e il 25% degli adolescenti ha subito almeno un
episodio di cyberbullismo, con effetti psicologici che possono protrarsi nel tempo a causa della
permanenza dei contenuti online. E poi c’è la questione della protezione dei minori online: dati personali,
contenuti inadatti, algoritmi progettati per trattenere l’attenzione.
In Australia, ad esempio, il governo ha avviato un percorso per limitare l’accesso ai
social ai minori di 16 anni, puntando su sistemi più rigorosi di verifica
dell’età. Anche in Europa il tema è aperto: in Spagna e in Irlanda
(Dublino ospita la sede europea di molte big tech) si discute di regolamentazioni più
stringenti. In Italia, la proposta è entrata nel dibattito politico, con l’idea di
introdurre un limite anagrafico più severo.
Sul piano teorico, vietare i social agli
under 16 sembra una misura di tutela; infatti, ridurre l’esposizione potrebbe significare
meno pressione sociale, meno confronto tossico, meno contenuti inappropriati, ma la
realtà è più complessa.
Un divieto è efficace solo se
applicabile, e oggi aggirare un limite di età online è semplice.
Le ricerche mostrano che una larga maggioranza dei minori sotto l’età minima
prevista dalle piattaforme riesce comunque ad accedervi, aggirando facilmente i sistemi di
verifica. Il divieto, senza strumenti tecnici efficaci, rischia quindi di restare formale. Inoltre, i
social non sono solo intrattenimento, ma spazi di
relazione, identità, appartenenza. Escludere completamente gli
adolescenti rischia di spostare il problema altrove, senza risolverlo.
C’è poi un punto cruciale: vietare non
equivale a educare. Senza un investimento serio in educazione digitale, il rischio è
rimandare l’ingresso in un ambiente che resta invariato, con le stesse logiche e gli stessi
meccanismi.
Dal punto di vista della comunicazione, la questione è ancora più ampia. I social
media sono ambienti progettati per generare
attenzione e parlare di responsabilità delle piattaforme social significa
interrogarsi su algoritmi, modelli di business e dinamiche persuasive, non basta chiedersi se i
ragazzi siano pronti, occorre chiedersi se l’ecosistema sia pensato per loro.
Per chi lavora nella comunicazione, questo tema tocca un nervo scoperto. I brand parlano ai
pubblici più giovani, spesso attraverso linguaggi nativi digitali. La sfida non è solo rispettare eventuali
norme, ma costruire contenuti consapevoli, non predatori, capaci di creare valore reale.
Lo stop ai social per gli under 16 nasce da una preoccupazione legittima. I numeri sulla salute
mentale e sull’uso compulsivo delle piattaforme non possono essere ignorati. Ma ogni
regolamentazione digitale rischia di diventare una scorciatoia se non affronta il nodo centrale:
come costruire una cultura dell’uso
consapevole?
Nei sistemi educativi europei, l’educazione digitale strutturata è ancora
disomogenea. Eppure, dove vengono introdotti percorsi continuativi, si osserva un aumento
significativo della consapevolezza e della capacità critica nell’uso dei social.
Forse la vera domanda non è se vietare i social ai minori funzioni davvero, ma se siamo
pronti a ripensare il modo in cui questi spazi vengono progettati, raccontati e utilizzati.
